3. Prologo

Jodi, http://wwwwwwwww.jodi.org/, 1995. Web project, screenshot.

«Sentivo che c’era qualcosa di nuovo nel loro lavoro, ma nessuno ne aveva scritto, i critici usavano ancora vecchie categorie…» Nicolas Bourriaud [1]

Consentitemi un esergo autobiografico, con la promessa che sarà l’unica concessione che darò al mio ego di autore. Il mio percorso professionale inizia nel 2002 quando, ventiquattrenne, mi guadagno una laurea in Lettere e inizio a scrivere per una rivista online di arte contemporanea, Exibart. Seguiranno molti articoli, qualche mostra e qualche libro. Se la vicenda intellettuale di Arthur C. Danto è stata segnata dalle Brillo Box di Andy Warhol, la mia, ben più modesta, ha avuto inizio da un altro folgorante incontro, quello con il sito jodi.org. Da allora, mi sono impegnato a cercare nella pratica artistica una risposta alle sfide e agli interrogativi sollevati dalla trasformazione che stiamo vivendo, e che il sociologo spagnolo Manuel Castells ha sintetizzato in un libro monumentale e in un titolo pregnante: “the information age” [2]. Io non ho avuto in dono una capacità di sintesi così spiccata. Così, nonostante abbia le idee molto chiare su ciò di cui mi occupo, quando mi chiedono di riassumerlo in un termine arrossisco, balbetto, e mi trovo a snocciolare una delle espressioni stampate sulla costa dei molti libri che, nel frattempo, hanno riempito la mia biblioteca: New Media Art, Digital Art, Media Art. Nessuna mi appartiene, nessuna è in grado di descrivere esattamente il suo oggetto. Ciò che mi interessa, in arte, eccede queste definizioni; e queste definizioni eccedono ciò che mi interessa in arte, includendo tra l’altro: i giocattoloni interattivi che si possono vedere all’Ars Electronica Center di Linz; gli obbrobri estetici di qualche vecchio pittore che si è messo a pasticciare con i filtri di Photoshop; gli esercizi virtuosistici di molti artigiani del software. I miei interlocutori lo sanno, e – a seconda dei casi, ma sempre per la ragione sbagliata – si eccitano o mi prendono poco sul serio. Così, ultimamente ho preso a dire semplicemente “arte contemporanea”, e non balbetto più. In fondo, se l’arte riflette il proprio tempo, tutto quanto ho appena detto può facilmente essere sintetizzato in queste due parole. Da almeno quindici anni, l’arte contemporanea è l’arte dell’età dell’informazione.

Robert Abt, Martin Honzik, Horst Hörtner, Stefan Mittlböck-Jungwirth, Humphrey II, 2007. Sistema di realtà virtuale. Fonte: PILO. Courtesy: Ars Electronica Archive, Linz.

Ma se le cose fossero così semplici, non ci sarebbe stato bisogno di questo libro. L’espressione “New Media Art”, ritenuta inadeguata anche da chi se ne serve, si è dimostrata tuttavia particolarmente resistente, così come il punto di vista che incarna. L’arte che rappresenta ha una scarsa presenza nel mondo in cui si produce, si espone e si discute di arte contemporanea. Compare raramente nelle mostre, nelle collezioni museali e nelle riviste, dove a volte ha un piccolo spazio dedicato, quasi fosse qualcosa di “altro”. Ciò accade proprio a causa di questo termine e dell’idea dell’arte che ci sta dietro, ritenuta obsoleta dalla critica d’arte contemporanea; e nonostante lo straordinario successo di lavori che dovrebbero, a rigore, rientrare in questa categoria, ma che hanno la fortuna di essere presentati e discussi in altro modo.

Da qui, la necessità di prendere questa parola per le corna, risalire alle sue origini, capire cosa nasconde per poi superarla. Che cos’è, veramente, la New Media Art? Che cosa descrive davvero questo termine? A che cosa si deve la scissione tra questa definizione e l’ambito artistico che dovrebbe definire? Che cosa, infine, può spiegare la scarsa presenza nel dibattito critico di una pratica artistica che sembrerebbe avere le credenziali per candidarsi a rappresentare un’età in cui i media digitali stanno potentemente riconfigurando l’assetto politico, economico, sociale e culturale del mondo in cui viviamo? Medium, New Media, Postmedia è un tentativo di dare una risposta a tutte queste domande. Non vuole discutere un termine per rimpiazzarlo con un altro. Non vuole sostituire una categoria, ma spiegarne le origini e dimostrarne l’attuale mancanza di fondamento. Vuole individuare alcuni artisti già identificati dall’etichetta “New Media”, tracciare una riga sopra quest’ultima e liberarli in un contesto più ampio in cui siano considerati semplicemente “artisti”.

1. Anthony Gardner, Daniel Palmer, “Nicolas Bourriaud Interviewed”, in Broadsheet 34.3, settembre – ottobre 2005, pp. 166 – 167.
2. Manuel Castells, The Information Age, Blackwell, Cambridge, MA – Oxford, UK, 1996 – 1998.

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